“Maestro, ogni volta che vedo i suoi quadri
mi sento tornare bambino. È bellissimo”

Franco Modigliani, premio Nobel per l'economia

“Truly, those paintings of yours are masterworks.
I never enjoyed art so much”

Dun K. Gifford, segretario di Robert Kennedy

 

La passione corale e luminosa di Milazzo
di Raffaele Nigro

Non parte a digiuno la pittura di Vincenzo Milazzo, nel senso che ha referenti illustri nella tradizione dei naif italiani. Gino Covili e Udo Toniato mi sembrano i suoi maestri, accompagnati qua e là da occhiate alla pittura popolare dell'Europa dell'est.
La pittura di Milazzo segue i percorsi della sua vita, così che appare perlomeno divisa in due momenti e dunque in due nuclei ispirativi: il mare e la campagna. C'è infatti una serie di opere dedicate alla vita del mare, a Taranto, città nella quale è nato e una serie dedicata alla Valle d'Itria e ai paesi di calce, Locorotondo, e soprattutto, Martina Franca, città nella quale è venuto a stabilirsi definitivamente. Ci sono allora nella prima serie pescatori che lottano col mare e sono alle prese con reti, pesci e onde o anche pescatori che trascorrono le ore del tempo libero dedicandosi ai giochi della tradizione e, nella seconda, contadini al lavoro o nelle pause di lavoro, vecchi artigiani dediti ai mestieri scomparsi o in via di sparizione, vicoli animali da giochi di ragazzi, da chiacchiere di comari, da canzoni di donne raffigurate mentre stendono panni alle finestre.
C'è sempre, comunque, in Vincenzo Milazzo, un gusto notevole per la fastosità compositiva, per le scene e i panorami immensi, dove da sfondo fanno o l'orizzonte o la balconata ciclopica di Locorotondo o la campagna di trulli che si stende a perdita d'occhio. Nel riquadro dell'opera, un brulichio di personaggi di alberi di spighe di oggetti di volatili, un bisogno fisico di coralità e di globalità descrittiva. Un'ansia di analisi.
Assenti in questo mondo, anzi volutamente cacciati via, gli oggetti della tecnica e dell'industria moderne. Non ci sono strombazzamenti d'auto, non ci sono ciminiere, niente plastiche e lamiere. Non ci sono anticorodal alle finestre e alle porte nelle case dei centri storici, ma tutto è rigorosamente bloccato in una civiltà arcaica, in un mondo contadino e artigiano premoderno, in una valle dell'Eden dove non c'è Caino e dove la spia della malinconia è in un contorno di vegetazione spoglia, irta di rami, come una vegetazione di coralli marini che affoga l'opera di Milazzo in una sorta d'acquario, nel quale non è possibile entrare, vivere, restare. La malinconia dell’autore è probabilmente per il mondo perduto, che coincide con il mondo dell'infanzia e che è ormai ricostruibile soltanto nel perimetro di una tela o di un vetro. L soltanto un mondo interiore, un mondo di fantasia.
Ecco perciò l'apoteosi del bel tempo antico, secondo la tradizione cara alla pittura naif, la raffigurazione del ciclo dell'anno, con una predilezione per l'estate e l’autunno e una tavolozza che gronda di sentimenti di dolcezza e di seraficità contadina e arcaica. Queste sono egloghe bucoliche e piscatorie, che hanno talora cadute retoriche nel sentimentalismo e nella convinzione che il mondo della tradizione sia dominato soltanto da segni positivi e felicitanti, ma che più spesso e per fortuna sono animate da sentimenti più robusti, come nella felicità sobria dei mietitori che pranzano in un'apoteosi di spighe da tagliare o nell'amore rubato tra i contadini, dove c'è finalmente violenza espressiva, passione e non soltanto tenerezza e sembra di essere trasmigrati proprio nel mondo virulento e adulto di Covili. La luminosità dei colori, alla quale contribuisce non poco l'uso del supporto di vetro, è però anche la scelta inconscia di Milazzo, uomo animato da una luminosità caratteriale di subita appariscenza. Come esprime la sua firma, sistemata in una forma di cuore, il pittore affida ai sentimenti la costruzione delle proprie opere, e versa nell'ariosità dei cieli e dei paesaggi e delle figure il proprio legame alle radici, alla civiltà rurale in via di sparizione e alla semplicità variegata del creato, con una pittura che ripropone una sorta di Cantico delle creature non più in versi ma nel colore.


Un biondo architetto di colori
di Antonio Rossano


È come se nel suo studio splendesse sempre il sole. Colori netti, vividi. Una folla di personaggi riempiono i vetri, come piccoli gnomi di una foresta incantata: per alberi, i vecchi trulli di campagna, le case a cummersa.
l vicoli sono animati da panni stesi al sole e lavori fatti sull'uscio di casa, un occhio ai bambini, l'orecchio alla tv che trasmette canzoni, morti in diretta, ruote della fortuna, ancora canzoni: quella tv che ha ucciso anche radio serva, il passa parola micidiale di porta in porta, la vox populi intrisa di umana pietà e cinismo inchiodato a vecchi, sempre validi proverbi.
Le opere di Milazzo Vincenzo, come gli piace firmare, sono una ricorrente sorpresa. Sfolgoranti feste sull'aia, matrimoni che sarebbero piaciuti a Bunuel; i momenti topici della mietitura e della vendemmia; le sagre paesane, con quelle bande che sembra di sentir suonare fra il luccichio di matrone ingioiellate e i festoni colorati della "premiata ditta... di Alberobello". E poi, all'improvviso, la paura ancestrale del fulmine che ti si para davanti secco e rombante, al ritorno dai campi; e la strana sensazione di vedere una fiaba sospesa con quella neve certo inedita fra la pietre dei trulli abituate alla caldane di luglio, alle lucertole, al frinire della cicale nella controra.
Milazzo coglie tutto questo con una tecnica antica, che richiede precisione da certosino e mentalità da architetto: un progetto di partenza, una fitta ragnatela di segni e poi !a "copertura" con i colori; dense pennellate che via via animano paesaggi, figure, ambienti. E, ogni tanto, tra i vicoli, appare anche la sagoma di un tipo biondo che disegna seduto ad una seggiolina. È lui, Milazzo Vincenzo. Sempre più bravo.